C’è stato un tempo in cui il cane non dormiva sul nostro divano, non indossava cappottini e non aveva una ciotola personalizzata con il proprio nome.
Non sappiamo esattamente quando sia cominciata la nostra storia insieme. Sappiamo però che, migliaia di anni fa, le strade degli esseri umani e degli antenati dei cani si sono intrecciate, dando origine a una delle relazioni più straordinarie tra due specie diverse.
Una relazione che, nel corso dei millenni, sarebbe diventata collaborazione, protezione, compagnia e affetto.
Abbiamo selezionato cani capaci di inseguire prede, proteggere greggi, custodire abitazioni e lavorare al nostro fianco. Abbiamo premiato determinate caratteristiche, incoraggiato alcuni comportamenti e scoraggiato altri.
In sostanza, abbiamo trascorso migliaia di anni a modellare il cane affinché potesse vivere nel nostro mondo.
Non abbiamo smesso di modellarlo. Sono cambiate, e si sono moltiplicate, le esigenze alle quali gli chiediamo di rispondere: a volte un aspetto che ci piace, altre volte una prestazione molto specializzata.
Pensiamo al bulldog inglese. La selezione di caratteristiche fisiche estreme, come il muso molto corto e le pieghe cutanee accentuate, pone un problema concreto di benessere. Uno studio VetCompass del 2022 ha riscontrato nei bulldog inglesi del campione britannico una maggiore predisposizione a numerosi disturbi, tra cui quelli respiratori legati alla conformazione brachicefala e la dermatite delle pieghe. Non significa che ogni individuo abbia gli stessi problemi; significa che il nostro gusto estetico può avere un costo per l’animale.
All’altro estremo ci sono i malinois impiegati in ambito militare, anche in operazioni di guerra: cani selezionati e addestrati per compiti specializzati, come il pattugliamento e la ricerca di esplosivi. L’impiego documenta quanto la collaborazione possa essere sofisticata, ma non rende ogni malinois automaticamente adatto a quei compiti: contano il singolo individuo, la selezione e l’addestramento.
A mio parere, il punto comune non è equiparare un cane da compagnia a un cane da lavoro. È riconoscere che continuiamo a decidere quali corpi, capacità e comportamenti desideriamo. Per un vezzo estetico o per una funzione operativa, la domanda dovrebbe restare la stessa: quanto spazio lasciamo alla salute e ai bisogni del cane, anche quando entrano in conflitto con ciò che vogliamo da lui?
Poi qualcosa è cambiato. Non per tutti i cani, non nello stesso momento: lavoro e compagnia convivono ancora. Ma per molti è cambiato il posto nella nostra quotidianità.
Il cane da pastore è entrato nei nostri appartamenti. Il cane da caccia ha iniziato a dormire ai piedi del letto. Il guardiano della proprietà è diventato un membro della famiglia.
E insieme al suo ruolo è cambiato anche il nostro linguaggio.
Parliamo di fedeltà, amore incondizionato, amicizia e famiglia. Consideriamo il cane uno dei nostri legami affettivi più sinceri.
Ma c’è una contraddizione sulla quale raramente ci soffermiamo.
Abbiamo trasformato un animale selezionato per collaborare con noi in un compagno dal quale ci aspettiamo soprattutto che si adatti alla nostra vita.
Deve rimanere tranquillo quando lavoriamo, non abbaiare quando siamo stanchi, non tirare al guinzaglio quando abbiamo fretta, socializzare quando lo desideriamo e restare solo quando dobbiamo uscire.
E quando non riesce a soddisfare queste aspettative?
Spesso diciamo che è disobbediente, dominante, testardo o problematico.
Ma siamo sicuri che il problema sia sempre il cane?
Non si tratta di negare l’importanza dell’educazione, delle regole o della sicurezza. Si tratta di chiederci quanto spazio lasciamo ai bisogni e alla natura dell’animale con cui abbiamo scelto di condividere la nostra esistenza.
Perché forse il punto non è quanto il cane sia diventato simile a noi, ma quanto noi siamo disposti a riconoscere che rimane profondamente diverso.
Abbiamo passato millenni a insegnare ai cani a comprenderci. Ma ci siamo mai fermati cinque minuti per provare a comprendere loro?
