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FINANCE / ANALISI E OPINIONE

Aumentare i tassi non fa produrre più petrolio

Se l’inflazione nasce dal rincaro dell’energia, perché rendere più caro anche il denaro? Che cosa possono ottenere le banche centrali e chi ne sostiene il costo.

IMHO · · 8 MIN DI LETTURA
Illustrazione di America ed Europa separate da una linea finanziaria a zigzag rossa e verde
America ed Europa, prezzi e tassi a confronto. Illustrazione generata con AI per IMHO; la linea è simbolica e non rappresenta dati reali.

Se il problema è che l’energia costa di più, rendere più caro anche il denaro mi sembra una risposta da discutere, non una soluzione da dare per scontata. I tassi possono frenare la diffusione dei rincari. Ma non aumentano, di per sé, la disponibilità di petrolio, gas o elettricità.

La stessa spesa, più soldi.

L’inflazione è l’aumento del livello generale dei prezzi di beni e servizi. Per misurarla si segue nel tempo il costo di un paniere rappresentativo. Se quel paniere costa di più e il mio reddito non cresce altrettanto, con lo stesso denaro posso comprare meno.

Facciamo un esempio puramente illustrativo: una spesa che a gennaio costa 100 euro e a febbraio ne costa 102 è aumentata del 2% rispetto al mese precedente. Questa è la variazione mensile. Se confronto febbraio con febbraio dell’anno prima, misuro invece la variazione annua: è quella mostrata nelle viste sull’inflazione del grafico.

Non tutti subiamo lo stesso aumento: chi spende una quota maggiore del reddito in riscaldamento o carburante può sentire i rincari più di altri. E quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente indietro. Se il paniere passa da 100 a 110 e poi aumenta ancora del 2%, arriva a 112,20: cresce più lentamente, ma resta più caro.

L’ECONOMIA, NEI DATI

Prezzi e tassi, dal 2019.

Stessa linea temporale, prospettive diverse. Scegli cosa confrontare.

Dati scaricati online il 23 ottobre 2026. Dati aggiornati allo scaricamento, non in tempo reale.Scarica i dati CSV ↓
Consulta i dati del grafico in tabella
Ultima osservazione disponibile per ciascuna serie originale
SeriePeriodoValore originale
USA · CPI2026-09336.94 (indice)
USA · Energia2026-09341.573 (indice)
USA · CPI senza alimentari ed energia2026-09339.287 (indice)
USA · PPI domanda finale2026-09159.613 (indice)
Area euro · HICP2026-09104.32 (indice)
Area euro · Energia2026-09117.59 (indice)
Area euro · HICP senza energia, alimentari, alcol e tabacco2026-09103.31 (indice)
Area euro · PPI industriale2026-08129.6 (indice)
USA · PCE2026-08131.579 (indice)
Fed · limite inferiore2026-10-223.75 %
Fed · limite superiore2026-10-224 %
BCE · tasso sui depositi2026-09-162.5 %
Fonti e metodo

Fonti originali, ultima osservazione e definizioni:

Indici dei prezzi ribasati a gennaio 2019 = 100. Inflazione calcolata sullo stesso mese dell’anno precedente. CPI e HICP non hanno panieri identici. HICP: composizione costante EA21; core europeo esclude anche alcol e tabacco. PPI USA: domanda finale, inclusi servizi; PPI europeo: industria, mercato totale. Le due misure non sono equivalenti.

Tassi: BCE sui depositi e limiti inferiore/superiore Fed, a fine mese; mese corrente fino alla data di scaricamento. Sono tassi di politica monetaria, non tassi di mutui o prestiti. Il PCE è destagionalizzato, CPI e HICP non lo sono. Il target simmetrico BCE al 2% è mostrato da luglio 2021; prima la formulazione era «inferiore ma prossima al 2%». Entrambi gli obiettivi riguardano un orizzonte medio/lungo, non ogni singolo mese.

I mesi mancanti restano vuoti. Il PPI può essere provvisorio; i flag originali sono inclusi nel CSV. Le curve descrivono l’andamento, non dimostrano causalità né misurano il contributo dell’energia all’inflazione totale.

Il 2021–2022: prezzi in salita, denaro ancora poco costoso.

È il passaggio che mi interessa capire. Nel 2021 l’economia riapriva dopo le restrizioni pandemiche: la domanda ripartiva, mentre produzione e trasporti incontravano difficoltà. Ai colli di bottiglia si aggiungevano i rincari energetici. La ricostruzione della BCE descrive una combinazione di fattori di domanda e offerta, poi aggravata dalla crisi energetica e dall’invasione russa dell’Ucraina.

Nel frattempo i tassi ufficiali erano ancora molto bassi. Questo favoriva condizioni di finanziamento più accessibili rispetto a una politica restrittiva. Non significa però che il denaro circolasse automaticamente o in uguale misura per tutti: credito effettivamente concesso, spesa delle famiglie e investimenti sono grandezze diverse, che questi grafici non misurano.

Il 2022 non è rimasto uguale dall’inizio alla fine. Il 16 marzo la Fed annunciò un aumento dell’intervallo obiettivo allo 0,25–0,50%. Il 21 luglio la BCE annunciò un rialzo di 0,50 punti percentuali, che portò il tasso sui depositi da −0,50% a zero con effetto dal 27 luglio. Per questo conviene guardare i mesi, non soltanto le medie annuali.

L’energia entra anche nei prezzi che non chiamiamo energia.

Il petrolio e il gas non riguardano soltanto il pieno o la bolletta. Produrre e trasportare beni richiede energia: una parte dei rincari può quindi arrivare ai prezzi finali attraverso i costi delle imprese. Il PPI aiuta a osservare i prezzi a monte, ma non racconta da solo tutti i costi e non anticipa meccanicamente il CPI.

Qui serve una distinzione: un aumento del 20% della componente energia non significa che l’energia aggiunga 20 punti all’inflazione totale. Contano il suo peso nel paniere e il trasferimento dei costi. I grafici non dimostrano che tutta, o la maggior parte, dell’inflazione dipenda dall’energia; mostrano elementi con cui mettere alla prova questa spiegazione.

Perché allora alzare i tassi?

La risposta delle banche centrali ha una logica: impedire che lo shock iniziale si trasformi in aumenti persistenti e generalizzati. Un credito più caro può frenare acquisti e investimenti, riducendo la domanda e la possibilità di trasferire ulteriori rincari sui clienti. La durata dello shock e le aspettative sui prezzi sono decisive per scegliere come reagire, come spiega la Banca dei regolamenti internazionali.

Questo è il possibile beneficio. Il costo è che rallentare la domanda significa incidere su decisioni reali: una casa da comprare, un’attività da avviare, un macchinario da finanziare. Chi ha un mutuo variabile può risentire del rialzo secondo le condizioni del contratto; chi ha un tasso fisso già stipulato non vede automaticamente aumentare la rata. I tassi ufficiali, inoltre, non coincidono con quelli applicati dalle banche ai clienti.

Il mio punto: non basta rendere più difficile spendere.

A mio parere, il limite emerge quando affidiamo alla stretta monetaria il compito di risolvere anche una vulnerabilità energetica. Possiamo contenere la spesa, ma continuare a dipendere da forniture esposte agli stessi rischi. E il credito più caro può rendere meno convenienti anche gli investimenti che servirebbero a ridurre quella dipendenza.

Alzare i tassi può contenere la diffusione di un rincaro. Per essere meno vulnerabili al prossimo, serve anche cambiare le condizioni che lo rendono così pesante.

Non ne ricavo che i tassi debbano restare sempre bassi. Ne ricavo che ogni aumento dovrebbe essere valutato insieme ai suoi costi: quanto frena le pressioni sui prezzi, chi colpisce di più e quali investimenti rischia di rinviare. Queste curve non permettono, da sole, di stabilire se una specifica decisione fosse eccessiva o quale parte del rallentamento dell’inflazione sia dovuta ai tassi.

Proteggersi significa anche ridurre la dipendenza.

La direzione che preferisco è affiancare alla politica monetaria interventi sulla vulnerabilità: diversificare le forniture, migliorare l’efficienza, investire in produzione, reti e accumuli, e concentrare gli aiuti su chi ha meno margine per assorbire i rincari. Diversificazione, risparmio energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili sono anche pilastri del piano europeo REPowerEU. Valutarne i risultati, e confrontarli con le politiche statunitensi, richiede un approfondimento ulteriore.

Per me il criterio è questo: una risposta efficace dovrebbe aiutarci a superare lo shock di oggi e a subire meno quello di domani. Se ci limitiamo a rendere più caro il denaro, rischiamo di chiedere alle famiglie di ridurre la spesa senza costruire abbastanza alternative.

Come leggere i dati: CPI e HICP misurano panieri diversi. L’obiettivo della Fed riguarda il PCE nel lungo periodo; quello della BCE l’HICP nel medio termine. Nella vista dedicata sono distinti dalle altre misure. Fonti, date e limiti dei confronti sono disponibili sotto il grafico.

Uno sguardo anno per anno

Media delle variazioni annue mensili CPI/HICP (%); tassi a fine anno. Anno corrente parziale fino ai dati disponibili. Non sono previsioni né obiettivi.

AnnoCPI USAHICP area euroIntervallo FedDepositi BCE
20191,81 (12 mesi)1,2 (12 mesi)1,5–1,75%-0,5%
20201,24 (12 mesi)0,26 (12 mesi)0–0,25%-0,5%
20214,69 (12 mesi)2,59 (12 mesi)0–0,25%-0,5%
20228,01 (12 mesi)8,41 (12 mesi)4,25–4,5%2%
20234,14 (12 mesi)5,51 (12 mesi)5,25–5,5%4%
20242,95 (12 mesi)2,37 (12 mesi)4,25–4,5%3%
20252,69 (11 mesi)2,14 (12 mesi)3,5–3,75%2%
2026 *3,35 (9 mesi)2,79 (9 mesi)3,75–4%2,5%

* Dati parziali, non confrontabili direttamente con un anno intero. Gli indici e i tassi possono essere rivisti.