Se l’inflazione nasce dal rincaro dell’energia, perché rendere più caro anche il denaro? Che cosa possono ottenere le banche centrali e chi ne sostiene il costo.
Se il problema è che l’energia costa di più, rendere più caro anche il denaro mi sembra una risposta da discutere, non una soluzione da dare per scontata. I tassi possono frenare la diffusione dei rincari. Ma non aumentano, di per sé, la disponibilità di petrolio, gas o elettricità.
La stessa spesa, più soldi.
L’inflazione è l’aumento del livello generale dei prezzi di beni e servizi. Per misurarla si segue nel tempo il costo di un paniere rappresentativo. Se quel paniere costa di più e il mio reddito non cresce altrettanto, con lo stesso denaro posso comprare meno.
Facciamo un esempio puramente illustrativo: una spesa che a gennaio costa 100 euro e a febbraio ne costa 102 è aumentata del 2% rispetto al mese precedente. Questa è la variazione mensile. Se confronto febbraio con febbraio dell’anno prima, misuro invece la variazione annua: è quella mostrata nelle viste sull’inflazione del grafico.
Non tutti subiamo lo stesso aumento: chi spende una quota maggiore del reddito in riscaldamento o carburante può sentire i rincari più di altri. E quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente indietro. Se il paniere passa da 100 a 110 e poi aumenta ancora del 2%, arriva a 112,20: cresce più lentamente, ma resta più caro.
Il 2021–2022: prezzi in salita, denaro ancora poco costoso.
È il passaggio che mi interessa capire. Nel 2021 l’economia riapriva dopo le restrizioni pandemiche: la domanda ripartiva, mentre produzione e trasporti incontravano difficoltà. Ai colli di bottiglia si aggiungevano i rincari energetici. La ricostruzione della BCE descrive una combinazione di fattori di domanda e offerta, poi aggravata dalla crisi energetica e dall’invasione russa dell’Ucraina.
Nel frattempo i tassi ufficiali erano ancora molto bassi. Questo favoriva condizioni di finanziamento più accessibili rispetto a una politica restrittiva. Non significa però che il denaro circolasse automaticamente o in uguale misura per tutti: credito effettivamente concesso, spesa delle famiglie e investimenti sono grandezze diverse, che questi grafici non misurano.
Il 2022 non è rimasto uguale dall’inizio alla fine. Il 16 marzo la Fed annunciò un aumento dell’intervallo obiettivo allo 0,25–0,50%. Il 21 luglio la BCE annunciò un rialzo di 0,50 punti percentuali, che portò il tasso sui depositi da −0,50% a zero con effetto dal 27 luglio. Per questo conviene guardare i mesi, non soltanto le medie annuali.
L’energia entra anche nei prezzi che non chiamiamo energia.
Il petrolio e il gas non riguardano soltanto il pieno o la bolletta. Produrre e trasportare beni richiede energia: una parte dei rincari può quindi arrivare ai prezzi finali attraverso i costi delle imprese. Il PPI aiuta a osservare i prezzi a monte, ma non racconta da solo tutti i costi e non anticipa meccanicamente il CPI.
Qui serve una distinzione: un aumento del 20% della componente energia non significa che l’energia aggiunga 20 punti all’inflazione totale. Contano il suo peso nel paniere e il trasferimento dei costi. I grafici non dimostrano che tutta, o la maggior parte, dell’inflazione dipenda dall’energia; mostrano elementi con cui mettere alla prova questa spiegazione.
Perché allora alzare i tassi?
La risposta delle banche centrali ha una logica: impedire che lo shock iniziale si trasformi in aumenti persistenti e generalizzati. Un credito più caro può frenare acquisti e investimenti, riducendo la domanda e la possibilità di trasferire ulteriori rincari sui clienti. La durata dello shock e le aspettative sui prezzi sono decisive per scegliere come reagire, come spiega la Banca dei regolamenti internazionali.
Questo è il possibile beneficio. Il costo è che rallentare la domanda significa incidere su decisioni reali: una casa da comprare, un’attività da avviare, un macchinario da finanziare. Chi ha un mutuo variabile può risentire del rialzo secondo le condizioni del contratto; chi ha un tasso fisso già stipulato non vede automaticamente aumentare la rata. I tassi ufficiali, inoltre, non coincidono con quelli applicati dalle banche ai clienti.
Il mio punto: non basta rendere più difficile spendere.
A mio parere, il limite emerge quando affidiamo alla stretta monetaria il compito di risolvere anche una vulnerabilità energetica. Possiamo contenere la spesa, ma continuare a dipendere da forniture esposte agli stessi rischi. E il credito più caro può rendere meno convenienti anche gli investimenti che servirebbero a ridurre quella dipendenza.
Alzare i tassi può contenere la diffusione di un rincaro. Per essere meno vulnerabili al prossimo, serve anche cambiare le condizioni che lo rendono così pesante.
Non ne ricavo che i tassi debbano restare sempre bassi. Ne ricavo che ogni aumento dovrebbe essere valutato insieme ai suoi costi: quanto frena le pressioni sui prezzi, chi colpisce di più e quali investimenti rischia di rinviare. Queste curve non permettono, da sole, di stabilire se una specifica decisione fosse eccessiva o quale parte del rallentamento dell’inflazione sia dovuta ai tassi.
Proteggersi significa anche ridurre la dipendenza.
La direzione che preferisco è affiancare alla politica monetaria interventi sulla vulnerabilità: diversificare le forniture, migliorare l’efficienza, investire in produzione, reti e accumuli, e concentrare gli aiuti su chi ha meno margine per assorbire i rincari. Diversificazione, risparmio energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili sono anche pilastri del piano europeo REPowerEU. Valutarne i risultati, e confrontarli con le politiche statunitensi, richiede un approfondimento ulteriore.
Per me il criterio è questo: una risposta efficace dovrebbe aiutarci a superare lo shock di oggi e a subire meno quello di domani. Se ci limitiamo a rendere più caro il denaro, rischiamo di chiedere alle famiglie di ridurre la spesa senza costruire abbastanza alternative.
Come leggere i dati: CPI e HICP misurano panieri diversi. L’obiettivo della Fed riguarda il PCE nel lungo periodo; quello della BCE l’HICP nel medio termine. Nella vista dedicata sono distinti dalle altre misure. Fonti, date e limiti dei confronti sono disponibili sotto il grafico.